Claudio Burelli la Poesia in Genova

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cronaca Elbana anni '60

I miei luoghi

    La prima volta che vidi L’Elba forse non avevo ancora compiuto nemmeno tre mesi di vita;
abitavamo a Volterra in quel tempo, e mia madre, giovane come a quei tempi tutte le mamme erano, aveva bisogno del conforto della sua famiglia per potermi accudire al meglio, ed anche per non sentirsi proprio sola in quella cittadina che, se pur accogliente, era per lei sconosciuta, in cui non aveva legami, né affetti.


Anche se non vi nacqui il vincolo di amore con lo “Scoglio” è sempre stato molto forte e viscerale. L’estate poi con la chiusura delle scuole mi portavano dai nonni, e lì ci restavo fino ad ottobre.
Certo non potevo dire di divertirmi molto, perché essendo il primo dei nipoti ero praticamente solo in balia delle attenzioni di nonni e zie apprensive quanto ossessive che mi sommergevano di tanto affetto ed amore, ma mi soffocavano letteralmente impedendomi qualsiasi movimento in autonomia.

    Al mare mi portavano quando potevano in quanto tutta la famiglia era sempre impegnata nei lavori della campagna o in altre mansioni; ovviamente andarci da solo, manco a parlarne…
Ma il "dramma “vero consisteva nel fatto che abitavamo in aperta campagna, isolati dal resto del paese, con l’unico mezzo in dotazione alla famiglia che era il somaro, anzi una somara di nome Giorgia; Nonno Mario la usava come mezzo di trasporto di cose e persone nei suoi trasferimenti nei vari appezzamenti di terra sparsi nel territorio campese.

    A quell’epoca la casa era quasi solitaria, e non c’erano altri bimbi come me per giocare nelle vicinanze, non nascondo che mi annoiavo parecchio, e quando i miei amici di Genova mi invidiavano perchè mollavo tutto ed andavo al mare per ben 4 mesi, mi veniva voglia di dir loro che non era tutt’ oro, ciò che luccicava anzi…detto tra di noi, era proprio una gran menata.
Anche se poi in qualche modo trovavo il tempo per divertirmi lo stesso inventandomi storie, ed esplorando il piano in lungo ed in largo.

Il tempo passò e con il suo trascorrere acquisii autonomia spingendomi finalmente verso il paese di Campo cercando di allargare le mie conoscenze dirette, correva il 1966 in pieno boom economico, senza alcun dubbio il miglior momento per vivere la propria giovinezza.

    Una gioventù, assolutamente consumata e goduta in un angolo di Paradiso;


“Il Sacro Scoglio”, con pochi amici, ma tutti con la "A" maiuscola, vissuta alla grande, in un piccolo borgo a misura d'uomo, in un'Isola ancora vergine di cementificazione, grattacieli, piscine sull'arenile ed Eco-Mostri vari; un paese che definirei burlone, alla “Amici Miei”, tanto per usare come metro di paragone il famoso film di Mario Monicelli, ove era d'obbligo avere un soprannome, se non lo avevi, eri nessuno.
Conobbi quella banda di “masnadieri” dopo che ero riuscito ad evadere dalle grinfie della mia meravigliosa soffocante famiglia, ricordo molto bene, era il giugno del 1966 quando vidi un gruppo di ragazzi che stavano disputando un’accanita partita di calcio sulla spiaggia confinante con lo stabilimento balneare “Il Capriccio”, le porte erano contrassegnate da due ciabatte piantate sulla sabbia a mo’ di palo, il fallo laterale era delimitato dall’acqua del mare; mi sedetti lì vicino e in religioso silenzio stetti a guardarli mentre giocavano accanitamente impegnandosi alla morte come stessero giocandosi la coppa dei campioni.
Ad un certo punto mi apparve una scena incredibile, il campo venne invaso da una signora che letteralmente riempì d’improperi uno dei giocatori il quale, evidentemente, invece di essere sulla spiaggia, avrebbe dovuto trovarsi in casa di un docente per una lezione privata di non so quale materia, forse lingua tedesca.

    La squadra sarebbe rimasta priva di un giocatore quindi per sopperire a quella mancanza mi proposero di prendere il suo posto; naturalmente non avrei chiesto di meglio, entrai felice in campo e visto che all’epoca in materia calcistica non me la cavavo male, anzi…diedi il mio contributo alla vittoria, inserendomi alla grande nel tessuto di quei ragazzi che mi accolsero con entusiasmo nel gruppo con cui entrai subito in sintonia facendo mie le loro vedute, e condividendo in toto il modo di rapportarsi con il resto del paese, con sana ironia senza prendersi mai sul serio.

    Quindi pochi amici, ma tutti buoni, un po' casinisti, turbolenti, rompiballe se vogliamo, ma gente con le stigmate dei grandi personaggi, destinata a recitare un ruolo di tutto rispetto nella vita futura.
Franco, che giocò nelle giovanili del Toro, poi divenuto Magistrato... , Kiko, ma in seguito ribattezzato il “LAMA” da quando si mise a fumare la pipa sputacchiando in continuazione, oggi alto ufficiale dell’ Arma, Tonino, ortopedico di fama internazionale... Roberto, nome di battaglia Suarez per ovvi motivi pallonari, Colonnello a riposo (si fa per dire!) dell'Arma Azzurra, senza dimenticarne altri, tipo Riccardo, che oggi è non so se chirurgo o anestesista, oppure entrambe le cose all'ospedale elbano di Portoferraio; e poi continuando  Marco, fratello di Tonino, Enrico, Roma (mai saputo il vero nome), Finezza (il soprannome è tutto un programma!), senza scordare il “Duro” uno dei personaggi chiave di tutto il paese, dove ancora oggi recita un ruolo da assoluto protagonista; con lui sono rimasto in stretto  contatto, e mi piace molto discutere  con lui   su argomenti di stretta attualità  in occasione dei miei frequenti ritorni sullo “Scoglio”.

    D'estate, ovviamente non andavamo mai in vacanza... era la vacanza che veniva da noi e durava tre lunghi mesi, che senso avrebbe avuto andare in altri posti, quando la nostra isola si popolava proprio allora di splendide ragazze festanti giunte da ogni parte del mondo? Nessuna… Tre mesi estivi assolati trascorsi ad ascoltare musica beat di nuova generazione, indossando rigorosamente attillati pantaloni scampanati e Lacoste sgargianti, eppure il tempo volava, tra migliaia di chilometri percorsi rigorosamente in autostop, spesso senza una meta precisa;
si partiva sempre in coppia, io di solito con Kiko, un ragazzo eccezionale, con cui andavo molto d’accordo, soltanto per il gusto di andare e scoprire sempre qualcosa di nuovo su cui aprire interminabili dibattiti e punti di vista sempre diversi  su cui aprire animati dibattiti e discussioni infinite.

    Su Kico potrei scrivere un romanzo, è stato un amico leale e sincero, con cui ho diviso giorni indimenticabili, quelli della gioventù più bella, il quadriennio dal 1965 al 68, anni che definire mitici sarebbe banale visto che è la storia stessa  che lo stabilisce. Lui abitava in una cittadina in provincia di Pisa con la famiglia di origine campese, e come me, trascorreva sempre  l’estate a Campo;
in quei giorni eravamo inseparabili, tutte da ricordare le sere quando affittavamo una specie di triciclo adibito a improbabile risciò nel tentativo di rimorchiare tedesche al campeggio della Foce, tutte ipotesi sempre naturalmente  naufragate in malo modo, a causa del nostro maldestro quanto improbabile approccio con le possibili prede individuate.

Spesso andavamo a ballare al Kon Tiki , mitica ed indimenticata, sala da ballo praticamente a ridosso del molo di Campo, sottostante la torre pisana simbolo del paese, cercando sempre il modo di entrare gratis, eludendo la stretta sorveglianza degli addetti ai lavori; il modo era sempre lo stesso: non sedersi mai, visto che si pagava a consumazione…ma quasi sempre eravamo costretti a battere in ritirata perché mica si poteva ballare sempre, anzi per la verità si ballava ben poco.

In quel periodo davvero magico, nel locale, che andava per la maggiore in tutta l’Isola, si esibivano tutte le celebrità del momento: Gianni Morandi, Patty Pravo, Umberto Bindi, tanto per citarne qualcuno a caso;per non pagare il biglietto di accesso, e non perderci uno spettacolo memorabile, avevamo inventato un espediente strategico:

ci godevamo lo spettacolo a bordo  della barca a motore di Kiko con cui ci ancoravamo praticamente davanti al palco dove si esibivano i cantanti…uno spettacolo da privilegiati. La musica di quegli anni non aveva uguali e Kiko era un vero intenditore in materia, in casa sua facevano bella mostra di sé tutti i vinili in voga a quei tempi interpretati dai più prestigiosi complessi di allora, gente del calibro dei The Beatles, The Spencer Davis group, Procol Harum, Rolling Stone e via dicendo. Ricordo sempre, in mezzo agli altri, la presenza dell’album dei Beatles Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band, una vera rarità, avercelo ora varrebbe una fortuna, chissà se ne sarà ancora in possesso?

    Appena lo sentirò al telefono sicuramente glielo chiedo. Purtroppo per lui, il suo carattere estroverso e spavaldo, lo rendeva soggetto a scherzi e burle  di tutti i tipi,  in cui spesso cadeva vittima, da parte del resto della compagnia; ricordo come fosse ora, un afoso pomeriggio di luglio del 1966 quando di buona lena entrò nella cabina familiare allora sulla spiaggia, va detto che in quel tempo le famiglie più in vista del paese disponevano di quell’ accessorio, scordando sciaguratamente, per lui,  la chiave all'esterno... Non l’avesse mai fatto, fu un errore fatale!

    Da tempo aspettavamo quell’occasione ghiotta, era un assist irripetibile, una specie di rigore che non andava sprecato.
Immediatamente venne chiuso dentro la cabina a doppia mandata, appena ne ebbe il sentore cominciò ad imprecare ed urlare allo scopo di essere liberato, ma il peggio per lui doveva ancora arrivare: immediatamente venne messo in moto un gioco di squadra consolidato nel corso degli anni, mentre Roberto scavava un piccolo tunnel sotto il pavimento della cabina, Franco si procurava sul Lungomare un po' di aghi di pino impregnati di resina che poi mettemmo sotto il pavimento della cabina dandogli fuoco.

    Nessuna fiamma naturalmente, mica eravamo incoscienti, tutto era sotto controllo, nessun pericolo per l’incolumità fisica di nessuno, solo una densa nube di innocuo fumo bianco che avvolse pian piano la cabina mentre il malcapitato strillava quanto uno scaricatore di porto ubriaco e incazz...
S'era appena inventato IL LAMA AFFUMICATO.  La cosa durò poco perché, attirato dagli urli del malcapitato, arrivò Riccardo che lo fece uscire usando il Pass Partout e così i clienti dello stabilimento assistettero, scompisciandosi dalle risate, ad una corrida tra gli ombrelloni con in testa io e Franco in fuga, inseguiti dal brandente il solito remo e l'affumicato furioso in ultima posizione.

    A quel tempo non c'erano bande o Baby Gang, esistevano però gruppi legati dall’età o affinità di varia tipologia, rivali certo, ma non nemici che si contendevano la piazza;
c'era la fazione dei milanesi, un po' più snob e VIP, in possesso di risorse finanziarie maggiori di quelle su cui potevamo contare noi, dotati delle sole paghette settimanali, che poi ci sputtanavamo nel flipper del bar di una nota commerciante del posto molto conosciuta; per restare in argomento, mi viene in mente  una volta in cui  Kiko in preda alla febbre del gioco, ne deteriorò una gamba, (se così si può definire) costringendoci ad una fuga disordinata dalla porta di servizio.

    La nostra compagnia, ribattezzata "Cammelli", per l'incedere ingobbito di uno dei componenti di cui non svelerò il nome, nemmeno sotto tortura, era   indubbiamente   un po' più ruspante, rispetto quella dei già detti “milanesi”.

Gli spettri di droga e AIDS dovevano ancora essere inventati e si viveva tranquilli, lontani da bulli o pericoli di qualsiasi genere.  Il riposo per l'anno scolastico lo passavi, se non dovevi fare qualche lavoretto estivo per aiutare la famiglia, a fare scherzi e a divertirti. Scherzi da vera e propria antologia che, a loro insaputa, mantenevano in allenamento e quindi in buona salute alcuni personaggi tipici del paese.

    Fenomenale quello scherzo di una mattina di Luglio, quando si era portato il tavolo e le sedie del Capriccio sulla secca a 30 metri dalla battigia, c'era chi stava seduto guardando il panorama, chi leggeva il giornale... ad un certo punto si vide un turbinare di schiuma, il partire del pedalò di salvataggio dalla riva con a bordo il titolare (R.i.P) il quale, urlando come un pazzo, lo faceva volare sull'acqua come un aliscafo e, dopo essersi incagliato sulla secca, roteava un remo a mo' di clava, minacciando di venire a casa a riferire l’accaduto  ai nostri "matusa" con le conseguenze davvero pesanti che ciò avrebbe comportato.

    Altro tiro mancino sempre divertente, consisteva nel far perdere due ore alla titolare di una nota libreria del paese, nella ricerca   improbabile di un famoso libro "Il Chiappaiolo" vincitore a nostro dire dell’ultimo premio Strega, a firma di un fantomatico scrittore famosissimo  di lingua serbocroata,  di nome innominabile perché scurrile. A quei tempi i computer e internet erano ancora nel pensatoio e le ricerche avvenivano naturalmente in maniera manuale, affrontata  con comprensibile  affanno e malcelata difficoltà!

Ma la serie continuava con il mettersi sulla panchina del lungomare a vedere il bischero di turno che dava il calcio a ciò che riteneva essere un rotolo di giornale, ma dentro al quale noi avevamo preventivamente inserito un solido mattone. La cosa funzionava anche con una lattina di birra riempita di piombo fuso. E le coppiette sedute in panchina nell'oscurità della sera che si vedevano passare in mezzo una lingua di fuoco come un lanciafiamme?

Ahahaha bastava una bomboletta di lacca per capelli ed un accendino... e poi, ovviamente servivano gambe buone per scappare!
Altre volte ci divertivamo a bloccare il traffico sul lungomare di Campo simulando il  trasporto da un lato all'altro della strada, di una grossa e pesante lastra di cristallo che ovviamente non esisteva;
c'era soltanto del nastro adesivo e i guanti da carpentiere per non ferirsi le mani; una scena davvero comica. Mitica e sempre funzionante, la buca scavata sulla spiaggia poi coperta con un foglio di giornale opportunamente mimetizzata con della sabbia, ci sedevamo sulle panchine e aspettavamo le bestemmie di chi per primo sarebbe caduto nella trappola…

    Ancora... i quattro calci al pallone in mezzo alla curva del Capriccio con 4 o 5 buontemponi che si rincorrono e si smarcano bloccando il traffico, l'unico assente nella gara era proprio il pallone.
Inoltre, le epiche partite di Calcio nel tratto piano di spiaggia tra Capriccio e Club del Mare, tra l'ira dei bagnanti; una volta ci portarono tutti in caserma dove il Buon Zollo (R.i.P.), Comandante della Stazione C.C. (un babbo!) ci fece una lavata di testa che nessuno per un mese ebbe più bisogno di shampoo!

    Poi c’erano le ragazze che naturalmente ci snobbavano, ma che sotto sotto non vedevano l’ora che ci facessimo avanti, perché  si sa, se una ragazza dice no potrebbe trasformarsi ben presto in un sì, ma noi eravamo davvero ingenui, e non insistevamo più di tanto, anche perché avevamo davvero ben altro da fare, dovevamo cambiare il mondo, ci credevamo, erano gli anni immediatamente prima del fatidico 68, non lo sapevamo ancora, ma da quell’anno il mondo non fu’ mai più come prima, e forse nemmeno noi…Quando ci accorgemmo che nel frattempo eravamo entrati nell’ età nella quale l'ormone comincia a rivendicare i suoi diritti, il TARGET non poteva essere che uno:

Cherchez la femme!

La stagione di caccia era aperta ufficialmente!
E allora via, avanti tutta con l'abbordaggio!
Passammo in breve tempo da uno stato di imbranato timidismo, avendo fino a poco tempo prima, patito le pene dell'Inferno per sconfiggere le fiammate di calore che ci avvampavano il viso, ad uno stato di sfacciataggine e di spregiudicatezza inaudita, dovuta in grande parte alle tante figuracce rimediate nel corso del tempo, in virtu' delle quali potevamo vantare un muso come la suola delle scarpe.
Certe volte si andava in autostop fino a Portoferraio (17 Km) all'arrivo dei traghetti per vedere “de visu” la bontà del "materiale" che i traghetti più volte al giorno scaricavano sull’isola.

REGOLA nr, 1 per l'aspirante Gigi Rizzi dei poveri:
“Se riesci a farla sorridere, sei già a metà dell'opera”.

Era allora che ognuno di noi esprimeva il meglio di se stesso con gag del tipo: “Scusa ti dispiace farmi accendere la sigaretta? - Mi spiace, non ho accendino perché non fumo. - Allora me l’accendo da solo”.
Tiravi fuori di tasca gli svedesi e ti accendevi la sigaretta, ma intanto il ghiaccio era rotto (se non ti mandava subito a quel paese), potevi giocartela ancora inventando qualcosa che già sapeva allora di “supercazzola” ante litteram.
Oppure provavi ad attaccare discorso e lei quasi sempre ti informava dicendo: "Guarda che sono fidanzata" Non importa, non sono mica  geloso, era l'immediata risposta.
Una volta uno di noi, a parecchie decine di metri di distanza si mise a strillare: "Ragazzi! Venite da me! Qui il sole abbronza di più!” Ovviamente, sullo scoglio da lui scelto c'erano tre sirene prive di reggiseno!
Ma, ahimè, anche le cose belle finiscono, arriva Settembre, gli ombrelloni cominciano a chiudersi, le spiagge si svuotano, è tempo di vendemmia, l'incipiente autunno rinfresca le serate e i bollenti spiriti.

La malinconia ti assale, specie quando riaccompagni alla nave la ragazza giusta

(o presunta tale perché, almeno io, ero convinto di quello che provavo) saluti, lacrimoni, niente numeri di cellulare, dovevano sempre inventarli, promesse di rivedersi l'anno successivo, stessa spiaggia, stesso mare...
Ed invece chissà come mai non rivedevi quasi mai più nessuna di quelle ragazze o peggio tornavano con tanto di fidanzato vero.
Io rimasi molto male nel 1968 quando tornato sullo Scoglio, contavo di rivedere una ragazza bellissima con cui l’anno prima ci eravamo scambiati eterno amore, la cercai per molto tempo ma senza successo, era  sparita nel nulla…chissà che fine avrà fatto…nessuno ha mai più avuto sue notizie.
Ma il tempo si sa è galantuomo e piano piano ti abituavi all'idea di lunghi mesi di studio e senza tanti rimpianti ritornavi alla vita cittadina di sempre, con il pensiero però sempre rivolto all’ultima calda estate e alla ragazza che ti aveva fatto battere il cuore più forte di sempre.

 
Gli anni si rincorsero con cattiveria, tiranni ed inesorabili, ognuno di noi prese strade diverse, perdendoci di vista per motivi che solo Dio può sapere, e fu davvero un peccato non aver continuato a coltivare quell’amicizia che con il passare degli anni avrebbe davvero costituito momenti di aggregazione degni di essere vissuti insieme.
Grazie a Facebook, che in questo caso ha rappresentato una sorta di magia, ho rincontrato Roberto e con lui ripreso il filo interrotto, senza motivo anni fa, accorgendomi che l’amicizia vera, anche se non alimentata di frequente, non si spegne mai, infatti è bastato il solo scambiare qualche parola per accorgerci che il tempo è   sembrato non essere passato mai.

Nel ricordare quei tempi, parlando con questo Grande Personaggio quale esso è, diventato nel frattempo niente meno che Colonnello dell’Aviazione Roberto Galgani, detto Suarez”, mi è venuto in mente, di scrivere questo racconto che rappresenta uno spaccato di vita vissuta in quell’epoca memorabile.
Mi pregio di evidenziare che parte degli aneddoti descritti sono frutto della ferrea memoria dell’amico Roberto veramente ricca di dettagli che la mia invece aveva in parte rimossa.
Spero che chi avrà la bontà di leggere fino in fondo questo scritto in qualche modo, possa trovarlo di suo gradimento, certamente sono cose vere.
Parola di Capitan Trinchetto…


e si questo era il mio nome di battaglia, ciò in virtù di un personaggio della pubblicità in onda su carosello, molto popolare in quei tempi, e anche per via del mio accento inequivocabilmente genovese, e soprattutto per la mia aria un po' spavalda da guascone di campagna, e poi… va beh, lo ammetto forse per il mio modo di mitizzare ogni mia avventura, che, tengo a precisare, in fondo aveva sempre una dose di verità…

 
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