Claudio Burelli la Poesia in Genova

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storia famiglia Burelli

I miei luoghi

La storia della famiglia...

     Sembrerebbe, da ricerche effettuate su siti competenti, che il mio cognome,
potrebbe derivare da toponimi come Bure nel veronese, oppure, più probabilmente, deriva da soprannomi originati dal termine veneto arcaico burèlo (sorta di cilindretto di legno a punta ovoidale usato dai carpentieri).
Il cognome Burelli ha un ceppo a Venezia ed uno nell'udinese.


    Burei, molto raro, è sicuramente veneto e sembrerebbe circoscritto al trevisano con una concentrazione significativa a Spresiano (TV).  
              
Ho invece effettuato una ricerca dove ne deriva che il cognome Burelli risulta iscritto in un registro di Saggi Istorici d’antichità toscane fin da tempi remoti come da fotogramma sotto allegato dove compare certo Asracollus  q. Burelli.                                                                                                 
Zio Romolo     

    La mia famiglia certamente è radicata all’Isola d’Elba da secoli passati sembrerebbe proveniente dall’ antica Repubblica marinara di Pisa; forse non è vero, chi lo sa, ma a me piace credere che possa essere così.
Mi rifarò alla storia dei miei nonni Francesco, detto Nanni, chissà poi perché e Gismonda Sardi di origine lei si…veneziane, trapiantata all’Elba a causa delle frequenti alluvioni e carestie che flagellavano (facendolo tuttora) il Polesine da dove era originaria la famiglia materna (Marcuzzo).

    Mio nonno era di estrazione medio borghese, ma la sua famiglia poi si era impoverita per ragioni che non ho mai saputo, ripartendo dalla terra, infatti era fattore di una ricca famiglia latifondista per la quale lavorava  dividendo gli utili con il padrone, e fin qui niente di strano, l’Elba degli anni del primo novecento, era di natura prevalentemente rurale,
come il resto della penisola.                                                                            

    Il problema caso mai, e grosso direi, si presentò quando a casa sua, correva l’anno 1915,  bussò il

                  Nonno Nanni Burelli               Maresciallo della Stazione dei Regi Carabinieri, con in mano il precetto di leva e l’ordine di presentarsi presso il Reggimento di Fanteria entro le prossime quarantott’ore, con la prospettiva certa di venire coinvolto in una guerra di cui lui manco sapeva le cause che la scatenarono.

  La situazione era tutt’altro che rosea avrebbe dovuto lasciare una moglie
giovane senza reddito ed abbandonare il podere con il rischio di perdere il contratto di mezzadria delle terre avute in consegna e quel che peggio anche l’uso della casa colonica.

    Fatto sta’ che dovette partire per il fronte carsico insieme a molti ragazzi come lui, provenienti da regioni
                                                                                          
Zia Anna e zio Meros
diverse  e combattere una guerra che non gli apparteneva patendo pene e sofferenze di inaudita violenza.
Restò sotto le armi quattro anni, dal 1915 al 1918, combattendo su tutti i fronti ma riuscendo in qualche modo a portare a casa la pelle.
                                                                                                                                                                                                                                                            

    Nel frattempo mia nonna, rimasta sola, sopravvisse e riuscì anche a mantenere il contratto di lavoro garantendo il fabbisogno della famiglia. Nel 1918 nacque mio padre, Santi, e subito dopo, in sequenza altri sette fratelli, così funzionava la vita in quei tempi, i figli costituivano braccia da lavoro ed assicuravano prestigio e benessere alla famiglia stessa. Gli anni passarono l’Italia cambiò volto diventando potenza bellica e coloniale, ma la vita nei campi era sempre dura ed il padrone sempre più esigente.                                                                                                                                                                                                                                                                                  

  Gli anni 40 cominciarono spazzati da venti di guerra impetuosi, Mussolini dittatore illuso, dichiarò guerra agli alleati, schierandosi al fianco della prepotente Germania, portando il nostro Paese, ignaro  ed impreparato,  nell’inferno della II Guerra Mondiale.

    Mio padre, come detto  classe '18 era di leva nella Regia Marina, imbarcato sulla Corazzata Conte di Cavour, aveva quindi  quasi terminato il periodo di leva quando venne dichiarato lo stato di guerra.

Ma in quella fornace vennero coinvolti i suoi fratelli, Romolo e Giuseppe e anche mio nonno, che come già detto aveva combattuto la prima guerra, e ora si ritrovava imprigionato anche nelle sabbie mobili della seconda, benché, va detto, con incarichi non belligeranti ma pur sempre di aspetto militare nell’ambito del territorio elbano, promosso in pompa magna al grado di Sergente, bontà loro…

    Sembra la storia di un film già visto, peccato che non sia una fiction come il famoso film “Salvate il soldato Ryan”, questa è realtà…che in questo caso supera anche la fantasia, ci pensate? Un padre in guerra con i suoi tre figli…Una cosa incredibile, per fortuna questa volta nei campi mia nonna aveva l’aiuto delle cinque figlie femmine rimaste a casa, Ubaldina, Ada, Amelia, Maria e Anna …Che fortuna…


     Babbo imbarcato come detto sulla Cavour, nella notte tra l’11 e il 12 novembre 1940, si salvò a stento dall’affondamento della sua nave ormeggiata nel porto di Taranto, solo perché ebbe la sorte di trovarsi per caso in coperta e di riuscire a gettarsi nei flutti nuotando nel mezzo di lingue di fuoco causate dalla nafta fuoriuscita dai serbatoi della corazzata che bruciava sul pelo del mare.
Quell’episodio non fu isolato purtroppo, infatti, poveraccio, subì altri due affondamenti nel canale davanti la terra d’Africa mentre scortava a bordo di altre unità, di cui ricordo solo il nome di una di esse: “Ciclone”, mi sembra di ricordare che    
Zio Giuseppe e Zia Lina            fosse un incrociatore, convogli con rifornimenti destinati alle truppe impiegate nella guerra del deserto.
       
Lui ne passò di tutti i colori ritornando a casa solo a fine guerra, stanco, logorato da un conflitto infinito, defraudato di sette anni di vita, persi, sacrificati nel niente, ma vivo, anche se ferito nell’animo, e segnato per sempre da ricordi di una guerra a dir poco devastante.
Altrettanto la sorte non volle per suo fratello Romolo, rimasto coinvolto in un incidente stradale mentre stava percorrendo la strada di casa a guerra finita.
Un episodio luttuoso che sconvolse la mia famiglia che seppe la notizia un mese dopo.

    Mio padre mi raccontò questo episodio quando era già avanti con gli anni e minato da acciacchi di una vita difficile; mi disse che venne a saperlo dal
Maresciallo dei Carabinieri del paese a seguito di un dispaccio che dava la notizia del decesso di un soldato campese il cui nome storpiato sembrava fosse Borelli, avvenuto in un paese a pochi km da Firenze.

    Mi disse che non svelò a nessuno quella notizia, si tenne tutto per sé quel peso enorme, era come annientato dal dispiacere per la perdita di un fratello, tuttavia il giorno dopo si fece coraggio e con mezzi di fortuna, parti di fretta per il luogo della disgrazia per accertare la fondatezza della notizia.


   Quel fatto attirò su di sé le ire di mio nonno, che aveva bisogno delle sue braccia, perché era tempo di vendemmia ed il lavoro era tanto, mi disse che gli diede del vagabondo e del fannullone, si prese  tutti quegli improperi in silenzio  per non procurare alla ignara famiglia un comprensibile dolore immane anzi tempo, visto la precarietà del modo in cui viaggiavano le notizie, sperava fino all’ultimo che in realtà si trattasse solo di un falso allarme. Invece era tutto vero; mio zio giaceva in una fossa comune, in avanzato stato di decomposizione, lo riconobbe dall’orologio che portava ancora al polso.

  
                                                         60° anniversario dei nonni Burelli
    Comprò una bara e lo caricò su un carro per portarlo per l’ultima volta al suo paese; la guerra era appena finita, non c’erano traghetti di linea, tutto era precario, mi disse che a Piombino, dovette affittare un grosso barcone per raggiungere l’Isola e permettere a mio zio di ricevere l’estremo saluto dei suoi cari prima di essere tumulato dietro alla pietra di marmo, dove riposa in pace dal 1945, una beffa del destino…
L’isola di fine guerra non offriva granché ai giovani di allora, non esistevano nemmeno più gli altiforni a Portoferraio, una risorsa lavorativa di grande importanza, perché’ furono bombardati   e distrutti dall’aviazione nemica.

   
                                         Funerali di zio Romolo 1945
Mio padre seppe che a Porto Azzurro stavano costituendo il Corpo della Polizia Penitenziaria, era una opportunità, dignitosa, per evadere dalla dura e avara vita dei campi, tutto sommato, per uno come lui che sapeva come si porta una divisa per averlo fatto in una guerra terribile come quella appena finita, poteva rappresentare un futuro certo.
Nel 1949 convogliò a nozze con mia madre Piera, una sua vicina di casa, figlia di onesti contadini come lui, con una grossa differenza, la terra era la loro, non dovevano dividere il raccolto con il padrone, e non era certo cosa da poco.

    Nel frattempo venne trasferito nel Penitenziario Circondariale di Volterra, dove in una serata nevosa di gennaio venni alla luce …  circondato da affetto ed amore come un principino, di altri tempi.
Termino qui la storia della mia famiglia, avrei ancora molto da narrare ma credo che lo scriverò in altri settori del mio sito,  se vorrete, continuare nella lettura…  

  


 
 
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